È ormai fin troppo palese cosa pensa il Governo Monti a proposito
della gestione economica del Paese. Gli imperativi categorici “riordinare” e
“razionalizzare” sono in realtà eufemismi per mascherare, non troppo bene per
la verità, il vero progetto dei nostri rappresentanti, consistente in una
violenta riduzione dei finanziamenti pubblici a settori fondamentali per il
benessere della società come la sanità e l’istruzione. Senza che si possa
capire in che modo siano connessi i tagli di spesa con il
miglioramento dei servizi su cui quelli vanno a incidere. Inoltre, come fa
giustamente notare Guglielmo Forges Davanzati, “un’economia composta da individui istruiti e in buone
condizioni di salute è potenzialmente più
produttiva di un’economia popolata da individui poco scolarizzati e in
peggiori condizioni di salute” (dall’articolo pubblicato sul sito di MicroMega
il 18 dicembre 2012). E, in effetti, Monti è sempre stato chiaro su
questo punto: non c’è mai stato, fin dall'inizio, nessuno spazio per un’idea
keynesiana di recupero di una situazione economica a tutt’oggi critica. Idea keynesiana
che è stata attuata, peraltro con successo, attraverso il piano New Deal da F.D. Roosevelt,
presidente della patria del liberismo economico, gli Stati Uniti, dal 1933 al
1945.
Appare chiaro, a questo punto, come la priorità di Monti, così come
della componente sociale che a lui fa capo, non possa essere quella del
risanamento economico di un Paese sull'orlo del baratro. Disoccupazione,
soprattutto giovanile, ormai dilagante, tasse in costante crescita e industrie
in grave difficoltà sono l’indice di un’involuzione economica preoccupante.
Purtroppo il precipitare della crisi monetaria e produttiva è solo una
parte del problema. Dietro ad essa si nasconde un rischio ben più alto, cioè
quello di un regresso prima di tutto sociale. Un regresso, questo sì,
desiderato da personaggi come Monti. Siamo di fronte, che ci piaccia o no, al tentativo di distruggere il principio stesso di welfare in favore del ritorno di quello di carità.
Il concetto di welfare ha come base il diritto e l’uguaglianza. In un
sistema come questo, ogni persona ha uguale possibilità di accesso alle risorse
economiche e culturali. Questo non vuol dire regalare nulla a nessuno, come si
fa troppo spesso e biecamente credere. Significa semplicemente
rispettare gli articoli terzo e quarto della Costituzione della Repubblica
Italiana, pilastri a garanzia del diritto che ha ogni individuo di sviluppare
appieno la propria umanità. L’esistenza stessa dell'idea di welfare è indice di una
rete di rapporti che fa della mutualità la sua caratteristica principale.
Nelle società che basano i loro rapporti sulla carità, le persone
partono invece da una condizione di differenza strutturale. L’accesso alle risorse non
è uguale per tutti perché il sistema della carità è fondato esso stesso sulla
diversità intrinseca degli individui. In un simile contesto le relazioni fra
gruppi sociali sono strettamente bidirezionali, secondo un senso che va dall'alto al basso e viceversa. Per farla semplice: tu chiedi un favore e io ti do qualcosa perché sono buono, non perché averla
sia di principio un tuo diritto.
Per onestà intellettuale, non è possibile ascrivere al solo Monti, così come
al suo entourage politico, ogni responsabilità. Essi si stanno solamente
facendo carico di esprimere la mentalità tipica di un certo gruppo dirigente
che concepisce la società come una serie di rapporti paternalistici basati sul
governo della cosiddetta “parte migliore”, ceto che avrebbe il compito naturale
di guidare il resto della popolazione, legittimato dall'altrettanto naturale
superiorità che lo contraddistingue.
Concludendo, non si può, né si deve, incolpare qualcuno della crisi
economica che stiamo vivendo. Sarebbe un errore pernicioso, gravido delle più
orribili conseguenze. Individuare chi cerca di sfruttare un momento di difficoltà,
individuale e collettiva, per il proprio tornaconto è tutta un’altra storia.
Luca Venturato
Luca Venturato
Nessun commento:
Posta un commento