mercoledì 19 dicembre 2012

Dal welfare alla carità


È ormai fin troppo palese cosa pensa il Governo Monti a proposito della gestione economica del Paese. Gli imperativi categorici “riordinare” e “razionalizzare” sono in realtà eufemismi per mascherare, non troppo bene per la verità, il vero progetto dei nostri rappresentanti, consistente in una violenta riduzione dei finanziamenti pubblici a settori fondamentali per il benessere della società come la sanità e l’istruzione. Senza che si possa capire in che modo siano connessi i tagli di spesa con il miglioramento dei servizi su cui quelli vanno a incidere. Inoltre, come fa giustamente notare Guglielmo Forges Davanzati, “un’economia composta da individui istruiti e in buone condizioni di salute è potenzialmente più produttiva di un’economia popolata da individui poco scolarizzati e in peggiori condizioni di salute” (dall’articolo pubblicato sul sito di MicroMega il 18 dicembre 2012). E, in effetti, Monti è sempre stato chiaro su questo punto: non c’è mai stato, fin dall'inizio, nessuno spazio per un’idea keynesiana di recupero di una situazione economica a tutt’oggi critica. Idea keynesiana che è stata attuata, peraltro con successo, attraverso il piano New Deal da F.D. Roosevelt, presidente della patria del liberismo economico, gli Stati Uniti, dal 1933 al 1945.
Appare chiaro, a questo punto, come la priorità di Monti, così come della componente sociale che a lui fa capo, non possa essere quella del risanamento economico di un Paese sull'orlo del baratro. Disoccupazione, soprattutto giovanile, ormai dilagante, tasse in costante crescita e industrie in grave difficoltà sono l’indice di un’involuzione economica preoccupante.
Purtroppo il precipitare della crisi monetaria e produttiva è solo una parte del problema. Dietro ad essa si nasconde un rischio ben più alto, cioè quello di un regresso prima di tutto sociale. Un regresso, questo sì, desiderato da personaggi come Monti. Siamo di fronte, che ci piaccia o no, al tentativo di distruggere il principio stesso di welfare in favore del ritorno di quello di carità.
Il concetto di welfare ha come base il diritto e l’uguaglianza. In un sistema come questo, ogni persona ha uguale possibilità di accesso alle risorse economiche e culturali. Questo non vuol dire regalare nulla a nessuno, come si fa troppo spesso e biecamente credere. Significa semplicemente rispettare gli articoli terzo e quarto della Costituzione della Repubblica Italiana, pilastri a garanzia del diritto che ha ogni individuo di sviluppare appieno la propria umanità. L’esistenza stessa dell'idea di welfare è indice di una rete di rapporti che fa della mutualità la sua caratteristica principale.
Nelle società che basano i loro rapporti sulla carità, le persone partono invece da una condizione di differenza strutturale. L’accesso alle risorse non è uguale per tutti perché il sistema della carità è fondato esso stesso sulla diversità intrinseca degli individui. In un simile contesto le relazioni fra gruppi sociali sono strettamente bidirezionali, secondo un senso che va dall'alto al basso e viceversa. Per farla semplice: tu chiedi un favore e io ti do qualcosa perché sono buono, non perché averla sia di principio un tuo diritto.
Per onestà intellettuale, non è possibile ascrivere al solo Monti, così come al suo entourage politico, ogni responsabilità. Essi si stanno solamente facendo carico di esprimere la mentalità tipica di un certo gruppo dirigente che concepisce la società come una serie di rapporti paternalistici basati sul governo della cosiddetta “parte migliore”, ceto che avrebbe il compito naturale di guidare il resto della popolazione, legittimato dall'altrettanto naturale superiorità che lo contraddistingue.
Concludendo, non si può, né si deve, incolpare qualcuno della crisi economica che stiamo vivendo. Sarebbe un errore pernicioso, gravido delle più orribili conseguenze. Individuare chi cerca di sfruttare un momento di difficoltà, individuale e collettiva, per il proprio tornaconto è tutta un’altra storia.


Luca Venturato

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