domenica 30 dicembre 2012

"Libertà è partecipazione"



Non serve ricordare le sanguinose dittature di Pinochet e dei generali argentini per riconoscere che non sempre in America Latina la cosa pubblica è gestita secondo criteri democratici. Vero, è sempre spiacevole guardare la pagliuzza nell’occhio altrui. Però a volte tocca farlo. Soprattutto se serve a evidenziare ancora di più la trave che è nel nostro.
C’era una volta il patrón, il notabile locale che riservava, di fatto, i voti della sua proprietà, del suo feudo, al miglior offerente. Si chiama clientelismo e già gli antichi romani la sapevano lunga in proposito. Il patrocinio politico funziona proprio così. In Colombia e in Uruguay, ad esempio, esiste un ambiente sociale fatto di molte comunità contadine che servono a garantire la difesa dei propri membri dallo Stato e dalle comunità rivali. Queste “associazioni” non sono altro che collettori di voti. Ogni comunità dà i propri suffragi, non importa se ai liberali o ai conservatori, in cambio di alcuni favori. Si tratta di un sistema solo apparentemente democratico. Nella realtà dei fatti il voto non dipende in nessun modo dall’opinione del singolo elettore, ma dalla convenienza e dalla prospettiva di ricevere servizi e protezione a beneficio della comunità. È evidente come in un simile contesto di “compravendita” elettorale escano pesantemente rafforzate le autorità locali e, in generale, tutte le strutture gerarchiche di potere. Ancora una volta i rapporti sociali sono basati su un accentuato verticalismo. La mutualità è inesistente, perché lo scambio è dall’alto al basso e all’insegna di una forte disparità contrattuale.
Veniamo a noi, dunque. E all’Italia. E alle “parlamentarie”, come sono state ribattezzate, del centro-sinistra. Il motivo per cui esistono è noto e ha un nome: Porcellum. Ma il Porcellum è storia vecchia. Il modo in cui vengono fatte le “parlamentarie”, quello sì che è interessante.
Senza dilungarsi molto, SEL ha deciso di riservarsi una quota minima di nomine dall’alto, pari al 20%. Di per sé la cosa non piace. In ogni caso, su cosa è calcolato quel 20%, verrebbe da chiedersi. Infatti viene. È determinato su una proiezione del 6% (rosea aspettativa) alle prossime elezioni politiche. Il 20% sul 6%. Ah, i numeri. Fingiamo, per comodità, che ogni punto percentuale dia diritto ad avere 10 unità parlamentari: si arriverebbe a 60. Il 20% di 60 è uguale a 12. Quindi 12 unità verrebbero nominate dal centro. Semplice, no? E se SEL, come invece è più probabile, prenderà il 5% alle politiche? Non importa! Tutto è già stato calcolato sul 6%. I nominati saranno sempre 12, come gli apostoli. Bello. Ehi, aspetta! Se prendo il 5% mi danno solo 50 unità! E 12 non è il 20% di 50! È quasi il 25%! Ah, i numeri.
Ma sì, dai. Abbiamo ancora l’80% su quel 6%. Com’è che funziona? I coordinatori delle diverse sezioni propongono pacchetti di candidati (una donna e un uomo, in genere). Evviva! Vuoi proporti anche tu? Sì potresti, ma meglio di no. Si correrebbe il rischio di disperdere i voti se ci fossero troppi candidati. Se gli aspiranti padovani sono troppi, il voto utile va a farsi benedire. Potrebbe vincere addirittura un veronese. Dio ci salvi! Quindi meglio pochi ma buoni. Se sono quelli proposti dai coordinatori, ancor di più. Anche perché, se le “parlamentarie” non fossero così concepite, ci sarebbe il rischio peggiore di tutti: che si candidi uno di Bovolenta. Sì, a Padova hanno paura di quelli di Bovolenta. Perché i concittadini di un così losco figuro assalterebbero tutti i seggi come un’orda barbarica in cerca di sangue, vergini e, en passant, di urne per votare il loro candidato. Mamma li turchi. Ma con queste “parlamentarie” la democrazia è salva. Dormiamo pure tranquilli allora, se siamo fortunati domani ci svegliamo in Colombia.


Luca Venturato


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