Non serve ricordare le sanguinose dittature di Pinochet e dei generali
argentini per riconoscere che non sempre in America Latina la cosa pubblica è
gestita secondo criteri democratici. Vero, è sempre spiacevole guardare la
pagliuzza nell’occhio altrui. Però a volte tocca farlo. Soprattutto se serve a
evidenziare ancora di più la trave che è nel nostro.
C’era una volta il patrón, il notabile locale che riservava, di fatto,
i voti della sua proprietà, del suo feudo, al miglior offerente. Si chiama
clientelismo e già gli antichi romani la sapevano lunga in proposito. Il
patrocinio politico funziona proprio così. In Colombia e in Uruguay, ad
esempio, esiste un ambiente sociale fatto di molte comunità contadine che
servono a garantire la difesa dei propri membri dallo Stato e dalle comunità
rivali. Queste “associazioni” non sono altro che collettori di voti. Ogni comunità
dà i propri suffragi, non importa se ai liberali o ai conservatori, in cambio
di alcuni favori. Si tratta di un sistema solo apparentemente democratico. Nella
realtà dei fatti il voto non dipende in nessun modo dall’opinione del singolo elettore,
ma dalla convenienza e dalla prospettiva di ricevere servizi e protezione a
beneficio della comunità. È evidente come in un simile contesto di “compravendita”
elettorale escano pesantemente rafforzate le autorità locali e, in generale,
tutte le strutture gerarchiche di potere. Ancora una volta i rapporti sociali
sono basati su un accentuato verticalismo. La mutualità è inesistente, perché
lo scambio è dall’alto al basso e all’insegna di una forte disparità
contrattuale.
Veniamo a noi, dunque. E all’Italia. E alle “parlamentarie”, come sono
state ribattezzate, del centro-sinistra. Il motivo per cui esistono è noto e ha
un nome: Porcellum. Ma il Porcellum è storia vecchia. Il modo in cui vengono
fatte le “parlamentarie”, quello sì che è interessante.
Senza dilungarsi molto, SEL ha deciso di riservarsi una quota minima
di nomine dall’alto, pari al 20%. Di per sé la cosa non piace. In ogni caso, su
cosa è calcolato quel 20%, verrebbe da chiedersi. Infatti viene. È determinato
su una proiezione del 6% (rosea aspettativa) alle prossime elezioni politiche. Il
20% sul 6%. Ah, i numeri. Fingiamo, per comodità, che ogni punto percentuale
dia diritto ad avere 10 unità parlamentari: si arriverebbe a 60. Il 20% di 60 è
uguale a 12. Quindi 12 unità verrebbero nominate dal centro. Semplice, no? E se
SEL, come invece è più probabile, prenderà il 5% alle politiche? Non importa! Tutto
è già stato calcolato sul 6%. I nominati saranno sempre 12, come gli apostoli.
Bello. Ehi, aspetta! Se prendo il 5% mi danno solo 50 unità! E 12 non è il 20%
di 50! È quasi il 25%! Ah, i numeri.
Ma sì, dai. Abbiamo ancora l’80% su quel 6%. Com’è che funziona? I coordinatori
delle diverse sezioni propongono pacchetti di candidati (una donna e un uomo,
in genere). Evviva! Vuoi proporti anche tu? Sì potresti, ma meglio di no. Si correrebbe
il rischio di disperdere i voti se ci fossero troppi candidati. Se gli aspiranti
padovani sono troppi, il voto utile va a farsi benedire. Potrebbe vincere addirittura
un veronese. Dio ci salvi! Quindi meglio pochi ma buoni. Se sono quelli
proposti dai coordinatori, ancor di più. Anche perché, se le “parlamentarie”
non fossero così concepite, ci sarebbe il rischio peggiore di tutti: che si
candidi uno di Bovolenta. Sì, a Padova hanno paura di quelli di Bovolenta.
Perché i concittadini di un così losco figuro assalterebbero tutti i seggi come
un’orda barbarica in cerca di sangue, vergini e, en passant, di urne per votare
il loro candidato. Mamma li turchi. Ma con queste “parlamentarie” la democrazia
è salva. Dormiamo pure tranquilli allora, se siamo fortunati domani ci svegliamo in
Colombia.
Luca Venturato
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