Non esistono simboli forti o deboli. Il simbolo, preso in se stesso,
non è altro che una scatola vuota, è privo di ogni significato e di ogni
caratteristica. Possiamo persino dire che non è niente. Il simbolo acquista forza
attraverso l’essere umano che lo riempie di un contenuto concettuale. Un
simbolo qualsiasi può essere indefinitamente svuotato e nuovamente colmato di significati. La svastica offre un esempio evidente: da simbolo del sole,
quindi della vita, a simbolo del male, del dolore, della morte.
Essendo la parola nient'altro che un simbolo, non si riesce davvero a
capire come possa comportarsi in modo differente da tutti gli altri membri
della sua categoria. E non a caso anche’essa può essere privata e rifornita di
contenuti all’infinito. Parole come “rivoluzione” e “libertà” non hanno lo
stesso significato di un tempo. A questo proposito, oggi, in Italia, si sta
assistendo in prima persona a un processo di modifica estremamente interessante.
L’aggettivo “conservatore”, infatti, sembra in fase di cambiamento proprio
sotto questo punto di vista. Non ha importanza essere d’accordo o meno sul
nuovo concetto che si vorrebbe trasmettesse, sta comunque mutando di
significato. È un grave errore identificare la parola con il concetto tout court.
Sarebbe come pretendere che un “bicchiere d’acqua” fosse effettivamente
composto d’acqua e non, piuttosto, di vetro.
Non ci sono parole brutte o belle, vecchie o nuove in se stesse, ma
solo in rapporto al concetto che simboleggiano. Una volta cambiato il
contenuto, la forma può tranquillamente rimanere. A volte si è addirittura più
fortunati, non è nemmeno necessario modificare completamente la sostanza, ma
solo una parte.
Prima degli sviluppi storici del secondo Ottocento, in una situazione
di suffragio ristretto (non interessano i regimi autocratici), non esisteva una
partecipazione politica attiva da parte del popolo. Un simile contesto era
funzionale al mantenimento di una classe politica elitaria composta di notabili
che si facevano carico dell’attività politica in quanto “parte migliore”. Dalla
seconda metà del XIX secolo, al contrario, si sviluppa un’estensione
dell’impegno politico dovuta a una presa di coscienza identitaria, in primo
luogo da parte della classe operaia. La nascita di una nuova identità è stata
il preludio alle lotte per l’ampliamento del suffragio fino all’universalità
dello stesso, traguardo che porta a compimento l’idea di “partito di massa”.
Contestualmente a un’enorme espansione delle possibilità di accesso
alla vita politica, è rimasto purtroppo ben saldo un principio, ossia quello
che solo una parte del popolo è la vera depositaria ed esclusiva custode
dell’Idea (qualsiasi essa sia). In sostanza il partito di massa, trasformato
rapidamente in puro sistema autoreferenziale (non nasce tale in sé), ha posto
come suo fine ultimo se stesso e la sua esistenza. A un principio di governo
vecchio è stato semplicemente applicato un nome nuovo, privando così il vero
concetto di “partito di massa”, com’era nato, di un contenitore che lo potesse
rendere facilmente comunicabile. Il partito è quindi diventato la bruta espressione
di una nuova classe dominante che ha sostituito al potere della “parte migliore
per nascita” quello della “parte migliore per cultura e capacità”, o presunta
tale. Il padrone ha cambiato volto e non è lo stesso di prima, ma non fa
differenza. Un padrone c’è ancora.
Da parte sua, il popolo ha permesso suo malgrado il fiorire di questa
concezione di partito attraverso una confusa adesione fideistica al partito in
se stesso, non all’idea che sta alla sua base, favorendo dapprima l’identificazione
tra idea rappresentata e corpo rappresentante, in seguito la sostituzione del
partito all’Idea (proprio l’errore che non si dovrebbe fare tra parole e
concetti). Per renderla semplice: il partito si trasforma, non troppo
lentamente, in “Partito-Idea”, superando in importanza l’Idea stessa che prima
rappresentava e poi incarnava. Gli esempi più importanti della realizzazione di
questo processo sono la Chiesa Cattolica e il PCUS, essi stessi diventati Idea.
I maiali di Orwell insegnano.
In un sistema del genere è fin troppo chiaro che qualsiasi critica
eterodossa al partito è vista come un attacco all’Idea, diventando così una
pericolosa destabilizzazione dell’ordine costituito, quindi punibile con una
scomunica etimologicamente intesa. Più precisamente diventa l’attacco più
pericoloso perché volto contro il “Partito-Idea”, sistema che non ha altro
scopo che la sua esistenza e ormai concepito come l’unica cosa fondamentale.
Il recupero del “partito di massa” non deve spaventare, poiché non è
al concetto perverso di partito che stiamo facendo riferimento, ma a quello
gravido di carica positiva delle origini. Il “partito di massa” nasceva,
infatti, come partito della massa,
espressione della collettività e insieme dell’individualità scaturite dalla
presa di coscienza dell’esistenza di chi ne faceva e voleva farne parte.
Oggi, nel XXI secolo, si deve risvegliare ancora una volta questa
coscienza, sebbene molto sia stato fatto per ucciderla definitivamente. Basti
come esempio il tentativo di sfruttare l’odierno periodo di crisi, dovuto alle
oscene politiche neoliberiste, come strumento per lanciare poderosi attacchi al
concetto stesso di società (secondo Margaret Thatcher essa addirittura non
esisterebbe). Non serve certo uno sforzo sovrumano per capire che la minorità
economica si trasforma rapidamente in sudditanza psicologica e sociale,
innescando un circolo vizioso difficile da svolgere e che risucchia soggetti
individuali e collettivi nel baratro della disperazione
Per uscire da questa subalternità è obbligatorio rendere possibile
l’indipendenza economica degli individui e insieme potenziare il mondo
dell’istruzione. E questo deve essere l’obiettivo del partito di massa. Proprio
perché della massa, questo partito
avrà come carico quello di fornire a
tutti l’opportunità di accedere al sapere con l’abbattimento delle barriere
economiche e sociali, poiché solo attraverso la conoscenza si può agire la
libertà.
Luca Venturato
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