mercoledì 23 gennaio 2013

LA PERICOLOSA DITTATURA SUINA


Non esistono simboli forti o deboli. Il simbolo, preso in se stesso, non è altro che una scatola vuota, è privo di ogni significato e di ogni caratteristica. Possiamo persino dire che non è niente. Il simbolo acquista forza attraverso l’essere umano che lo riempie di un contenuto concettuale. Un simbolo qualsiasi può essere indefinitamente svuotato e nuovamente colmato di significati. La svastica offre un esempio evidente: da simbolo del sole, quindi della vita, a simbolo del male, del dolore, della morte.
Essendo la parola nient'altro che un simbolo, non si riesce davvero a capire come possa comportarsi in modo differente da tutti gli altri membri della sua categoria. E non a caso anche’essa può essere privata e rifornita di contenuti all’infinito. Parole come “rivoluzione” e “libertà” non hanno lo stesso significato di un tempo. A questo proposito, oggi, in Italia, si sta assistendo in prima persona a un processo di modifica estremamente interessante. L’aggettivo “conservatore”, infatti, sembra in fase di cambiamento proprio sotto questo punto di vista. Non ha importanza essere d’accordo o meno sul nuovo concetto che si vorrebbe trasmettesse, sta comunque mutando di significato. È un grave errore identificare la parola con il concetto tout court. Sarebbe come pretendere che un “bicchiere d’acqua” fosse effettivamente composto d’acqua e non, piuttosto, di vetro.
Non ci sono parole brutte o belle, vecchie o nuove in se stesse, ma solo in rapporto al concetto che simboleggiano. Una volta cambiato il contenuto, la forma può tranquillamente rimanere. A volte si è addirittura più fortunati, non è nemmeno necessario modificare completamente la sostanza, ma solo una parte.
Prima degli sviluppi storici del secondo Ottocento, in una situazione di suffragio ristretto (non interessano i regimi autocratici), non esisteva una partecipazione politica attiva da parte del popolo. Un simile contesto era funzionale al mantenimento di una classe politica elitaria composta di notabili che si facevano carico dell’attività politica in quanto “parte migliore”. Dalla seconda metà del XIX secolo, al contrario, si sviluppa un’estensione dell’impegno politico dovuta a una presa di coscienza identitaria, in primo luogo da parte della classe operaia. La nascita di una nuova identità è stata il preludio alle lotte per l’ampliamento del suffragio fino all’universalità dello stesso, traguardo che porta a compimento l’idea di “partito di massa”.
Contestualmente a un’enorme espansione delle possibilità di accesso alla vita politica, è rimasto purtroppo ben saldo un principio, ossia quello che solo una parte del popolo è la vera depositaria ed esclusiva custode dell’Idea (qualsiasi essa sia). In sostanza il partito di massa, trasformato rapidamente in puro sistema autoreferenziale (non nasce tale in sé), ha posto come suo fine ultimo se stesso e la sua esistenza. A un principio di governo vecchio è stato semplicemente applicato un nome nuovo, privando così il vero concetto di “partito di massa”, com’era nato, di un contenitore che lo potesse rendere facilmente comunicabile. Il partito è quindi diventato la bruta espressione di una nuova classe dominante che ha sostituito al potere della “parte migliore per nascita” quello della “parte migliore per cultura e capacità”, o presunta tale. Il padrone ha cambiato volto e non è lo stesso di prima, ma non fa differenza. Un padrone c’è ancora.
Da parte sua, il popolo ha permesso suo malgrado il fiorire di questa concezione di partito attraverso una confusa adesione fideistica al partito in se stesso, non all’idea che sta alla sua base, favorendo dapprima l’identificazione tra idea rappresentata e corpo rappresentante, in seguito la sostituzione del partito all’Idea (proprio l’errore che non si dovrebbe fare tra parole e concetti). Per renderla semplice: il partito si trasforma, non troppo lentamente, in “Partito-Idea”, superando in importanza l’Idea stessa che prima rappresentava e poi incarnava. Gli esempi più importanti della realizzazione di questo processo sono la Chiesa Cattolica e il PCUS, essi stessi diventati Idea. I maiali di Orwell insegnano.
In un sistema del genere è fin troppo chiaro che qualsiasi critica eterodossa al partito è vista come un attacco all’Idea, diventando così una pericolosa destabilizzazione dell’ordine costituito, quindi punibile con una scomunica etimologicamente intesa. Più precisamente diventa l’attacco più pericoloso perché volto contro il “Partito-Idea”, sistema che non ha altro scopo che la sua esistenza e ormai concepito come l’unica cosa fondamentale.
Il recupero del “partito di massa” non deve spaventare, poiché non è al concetto perverso di partito che stiamo facendo riferimento, ma a quello gravido di carica positiva delle origini. Il “partito di massa” nasceva, infatti, come partito della massa, espressione della collettività e insieme dell’individualità scaturite dalla presa di coscienza dell’esistenza di chi ne faceva e voleva farne parte.
Oggi, nel XXI secolo, si deve risvegliare ancora una volta questa coscienza, sebbene molto sia stato fatto per ucciderla definitivamente. Basti come esempio il tentativo di sfruttare l’odierno periodo di crisi, dovuto alle oscene politiche neoliberiste, come strumento per lanciare poderosi attacchi al concetto stesso di società (secondo Margaret Thatcher essa addirittura non esisterebbe). Non serve certo uno sforzo sovrumano per capire che la minorità economica si trasforma rapidamente in sudditanza psicologica e sociale, innescando un circolo vizioso difficile da svolgere e che risucchia soggetti individuali e collettivi nel baratro della disperazione
Per uscire da questa subalternità è obbligatorio rendere possibile l’indipendenza economica degli individui e insieme potenziare il mondo dell’istruzione. E questo deve essere l’obiettivo del partito di massa. Proprio perché della massa, questo partito avrà come carico quello di fornire a tutti l’opportunità di accedere al sapere con l’abbattimento delle barriere economiche e sociali, poiché solo attraverso la conoscenza si può agire la libertà.


Luca Venturato

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